À PIED D’OEUVRE (Valérie Donzelli) Il senso della precarietà

À pied d’œuvre, cioè “al lavoro”, “all’opera”: un titolo, quello del settimo lungometraggio di Valérie Donzelli, che riassume con precisione l’essenza di un racconto cinematografico (tratto dall’omonimo, autobiografico romanzo di Franck Courtès) nel quale “l’essere pronti a fare” viene declinato nel duplice senso, esatto e contrario, della volontà individuale di affermazione di sé e della necessità impellente di sopravvivenza economica. Al centro del film della regista francese c’è infatti la storia vera di un fotografo affermato, separato da moglie e figli, trasferitisi in Canada, che abbandona il proprio remunerato mestiere per dedicarsi alla scrittura, scivolando in un’improduttiva stasi editoriale e, soprattutto, in una precarietà fatta di mille lavoretti, pagati una miseria: tagliare l’erba di un giardino, liberare uno scolo intasato, demolire la parete di un appartamento, svuotare una cantina, guidare un taxi, montare guardaroba e smontare soppalchi.

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