Un carcere sventrato da una rivolta interna, un leader carismatico il cui soprannome – Malamadre – è tutto un programma e una guardia che, al primo giorno di lavoro, resta intrappolata in una cella e si spaccia per un recluso.
A detta del regista, lo spagnolo Daniel Monzòn, Celda 211 vuole essere un film capace di sostenere lo stesso grado di tensione per tutta la sua durata, e difatti per 111 minuti lo spettatore non trova quiete: già dalla primissima sanguinosa sequenza – il suicidio di un detenuto affetto da un male doloroso e incurabile – Monzòn chiarisce che non c’è via di scampo, né di redenzione. Tutto contribuisce a costruire l’atmosfera claustrofobica che domina il film: la colonna sonora enfatizza i “rumori di fondo” della ribellione, la fotografia chiaroscurale sembra scolpire i volti direttamente sulle mura di pietra delle celle, il montaggio è serrato e concatena perfettamente un intreccio che si complica sempre di più fino allo scioglimento finale. (c.v.)