Videocracy, l’ultimo documentario di Erik Gandini non ruota, come ci si potrebbe aspettare, attorno alla figura di Berlusconi. Il protagonista è lui, ma un po’ come Orson Welles ne “Il terzo uomo” è l’uomo nero di cui tutti parlano ma che compare in scena solo per pochi minuti.
Tutto inizia negli anni Settanta, quando alla televisione, su un canale privato (è superfluo qui indicare Chi ne è il proprietario), viene proposto un gioco a quiz in cui a ogni risposta azzeccata dai concorrenti corrisponde un indumento da togliere a una disponibilissima casalinga bendata. È qui che Gandini individua l’inizio dell’imbarbarimento televisivo italiano: sullo schermo scorrono, una dopo l’altra, donne sempre più svestite, sempre più numerose che si auto immolano sull’altare del cattivo gusto in cambio di qualche inquadratura. Gandini riesce a costruire un film potente concentrando la sua attenzione non sullo squallore dei contenuti televisivi (sarebbe come sparare sulla Croce Rossa), ma sul bestiario che li popola, mettendone a nudo la disarmante grettezza e la desolante mancanza di valori. Realizzato in Svezia, dove il regista vive già da qualche anno, Videocracy si avvale inoltre di una colonna sonora davvero azzeccata che introduce gli spettatori in un’atmosfera a metà tra carnevale grottesco e un sabbah infernale.(c.v.)