Mercoledì 18 Ottobre 2017
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 Tv, cinema e web: schermi comunicanti 

Tv, cinema e web: schermi comunicanti   versione testuale

di Claudio Gotti e Matteo Marino


Perché le serie televisive hanno così successo? Per quali ragioni una certa serialità odierna appare più “avanti” della settima arte? Quali “nuovi paradigmi” stanno mettendo in campo le produzioni tv rispetto al singolo film? Tante possibili risposte, ma un dato, certo, di partenza: l’identità spettatoriale appare sempre più assommata in un unicum che non fa più distinzione tra supporti, canali, visioni

C’era una volta il cinema: potrebbe essere lo sconsolato commento di nostalgici e puristi di fronte al nuovo successo del piccolo schermo per via delle serie che vi transitano, sempre più belle, numerose e inarrestabili. A dirlo potremmo essere anche noi in quanto spettatori, che caduti nella dipendenza più diffusa del XXI secolo, quella da serie tv appunto, potremmo trovarci a disattendere, sebbene a tratti, il cinema, a disertare le sale persi dietro a nuove stagioni, binge watching e ritorni epocali.

Succede sempre all’imporsi di un nuovo mezzo che sembra segnare il tramonto del precedente (sulle prime). Lo abbiamo visto nel passaggio dalla carrozza al treno, dalla pittura alla fotografia, dall’oralità alla scrittura, dal teatro al cinema, dalla radio alla tv, dal fisso al mobile, dall’analogico al digitale, dai libri al web, dal fisico all’on line, dai club ai social. E invece ogni volta il “vecchio” mezzo non è mai morto. Anzi, grazie al nuovo arrivato ha potuto concentrarsi ancor più sulla sua genuina specificità che proprio nel confronto viene fuori rafforzata. Come se davvero la tv fosse in grado di supplire in tutto e per tutto a ciò che l’ha preceduta e a cui tuttavia deve tutto: alla base del linguaggio e della grammatica televisiva c’è sempre il montaggio audiovisivo e alla base del cinema c’è sempre la fotografia…

Maggiore qualità e ibridazione di generi, specchio della crisi dell’immaginario

Cinema e tv hanno in comune anche il fatto di essere sogni a occhi aperti (il cinema, si sa, è nato con la psicanalisi), con alcune differenze. Se il cinema ha il vantaggio della sala buia, della proiezione e dell’immobilità (condizioni proprie del sognatore), la serie tv, la “settima arte bis”, come è stata definita, permette un tipo di fruizione più intimistica. Del resto il domestico mezzo televisivo è anche questo: possiamo decidere se accenderlo o meno, ma è sempre lì perché, come l’inconscio, è un flusso continuo di rappresentazioni, spesso sotterraneo, ma continuamente all’opera, anche quando non lo si guardi. Fra telegiornali e quiz, varietà e réportage, è la serie tv, grazie a una maggiore qualità e all’ibridazione di generi (può essere contemporaneamente thriller e soap opera, triste e gioiosa, filosofica e d’azione), a emergere da questo flusso con più sintesi e forza, a fare da specchio alle crisi dell’immaginario contemporaneo e alle conquiste sociali, ingenerando non solo immedesimazione, ma anche prese di distanza (per gli antieroi di Breaking Bad, Romanzo criminale, eccetera) e riflessioni.

Non a caso, nel momento in cui spegniamo l’apparecchio, lo schermo ci rimanda il nostro stesso riflesso, e nel privato del nostro salotto non sempre siamo presentabili e non sempre l’immagine riflessa è quella che vogliamo dare di noi quando ci prepariamo consciamente per uscire al cinema e ad affrontare il mondo. La tv, volenti o nolenti, ci rispecchia. Non si scappa. E abbiamo un rapporto ancora più stretto con il computer e il web, dove le serie trovano nuova linfa, nuova collocazione e nuovi canali produttivi (da Netflix ad Amazon), dando origine a forme di partecipazione che in molti casi influenzano gli autori stessi delle opere.

Se un pilot può trasformarsi in un film, un film può ispirare una serie tv

Ma perché le serie tv hanno così successo? Perché una certa serialità odierna appare più “avanti” della settima arte? Cominciamo con una considerazione. In America c’è sempre meno spazio per il film drammatico “medio”, medio dal punto di vista produttivo, non della qualità, cioè senza grosso budget e senza grossi nomi. I Soprano, per esempio, inizialmente sarebbe dovuto essere un mafia movie. David Chase lavorava in televisione da vent’anni e aveva perso l’entusiasmo: nulla più lo sorprendeva nella tv seriale a partire dalla regola che il protagonista dovesse essere un personaggio “accettabile”. Quando propose la sua vecchia idea sui Soprano (risale agli anni Ottanta) per trarne una serie, alla Fox i dirigenti, guarda caso, gli chiesero di trasformare il boss protagonista in un agente infiltrato sotto copertura. Nello stesso tempo stava cominciando a farsi notare la Hbo con Oz, un modesto successo commerciale che però fece capire agli sceneggiatori come quella potesse essere la casa delle loro idee più coraggiose (da lì in poi sarebbero arrivate Sex and the city, The Wire, Girls, Six feet under, Il Trono di spade, In Treatment, True blood, True detective, Looking, The Leftovers, The night of, Westworld).

Chase, che pensava già al salto verso il grande schermo, accettò di realizzare la serie per la Hbo semplicemente perché ne avrebbe diretto il pilot: volendo diventare un regista cinematografico e non essendo mai stato dietro una macchina da presa, quella sarebbe stata la sua scuola e il suo biglietto da visita. E invece si ritrovò a realizzare la serie della sua vita senza alcuna delle limitazioni che lo avevano quasi spinto ad abbandonare la tv. Meno soldi, maggiore autorialità, più libertà. La serialità tv è “avanti” in quanto consente maggiore sperimentazione ed è meno vincolata ai capricci della distribuzione. Certo, ci sono illustri pilot che sono caduti per il capriccio di dirigenti e gruppi di ascolto poco lungimiranti, e se anche lì per anni lo share l’ha fatta da padrone, perché contava la vendita degli spazi pubblicitari, oggi, con gli abbonamenti e i nuovi servizi di streaming che sono anche produttori di serie (vedi Netflix con Orange is the new black, Daredevil, Sense8, House of cards, Stranger things, il ritorno di Black mirror e il revival di Una mamma per amica) i ragionamenti commerciali sono diversi ed è nata la consuetudine di rilasciare una stagione tutta insieme, dando al pubblico l’opportunità di vederla immediatamente come fosse un unico grande film di tante ore (o anche un grande romanzo dove mettere il segnalibro quando si vuole), senza dover attendere giorni e orari prestabiliti.

Anche laddove la messa a disposizione del prodotto non è totale ma rispetta il criterio di una puntata a settimana, si è cominciato sempre più a ragionare come se queste serie fossero effettivamente dei lunghi film. Prendiamo True detective o The OA: in quest’ultimo caso addirittura la durata fissa da episodio a episodio salta, e una puntata può durare un’ora e mezza o solo mezz’ora, a sorpresa, a seconda di quanto serva al racconto, come per un film. David Lynch ha dichiarato di considerare un lunghissimo film le 18 ore del nuovo Twin Peaks (su Showtime, altro canale a pagamento che ha sfornato cult come Dexter, Shameless, Penny Dreadful, Homeland), chiedendo esplicitamente di non chiamarle puntate ma parti. Sempre di Lynch, Mulholland drive, considerato il film più bello del XXI secolo dalla Bbc, fu pensato come il pilot di una serie tv, rifiutato dalla Abc (a proposito di dirigenti poco lungimiranti). I due mondi sono ormai comunicanti.

Se un pilot può trasformarsi in un film, un film può ispirare una serie tv (The Mist, Dal tramonto all’alba, Fargo). Se prima il sogno degli attori televisivi era quello di sfondare nel cinema (vedi George Clooney da ER a star di Hollywood), adesso, grazie a nuovi metodi produttivi che impongono quasi sempre stagioni di 8-12 puntate anziché le consuete 22-24, molte star decidono di dedicare parte del loro anno lavorativo alla tv. Il caso forse più eclatante è quello di Kevin Spacey, protagonista-mattatore di House of cards. Ci colpiscono anche i nomi di Winona Ryder (Stranger things), Jessica Lange e Kathy Bates (American horror story), un gigante come Maggie Smith (Downton Abbey). L’elenco diventa sterminato se pensiamo alle guest star (per esempio Charlotte Rampling, protagonista di tutta una stagione di Dexter), una consuetudine che ha il suo apice in sit-com come Friends e Will & Grace se consideriamo i cammei: un numero impressionante di star si sono aggirate sui loro set, a dimostrazione di quanto le serie fossero già un cult che il viavai di tutti quei “pezzi grossi” ha contribuito a consolidare ancora di più.

Quanto ai registi cinematografici “prestati” alla tv (ma forse anche questo verbo andrebbe riconsiderato), troviamo Gus Van Sant (Boss) e le sorelle Wachowski (Sense8); più indietro, negli anni Novanta, un enfant terrible come Lars von Trier (The Kingdom), fino al già citato Twin Peaks, un vero e proprio spartiacque ispiratore, un successo scomodo che ha alzato l’asticella della qualità e della complessità delle serie partendo, con un moto rivoluzionario, dalla tv in chiaro. Insomma, agli albori della nuova epoca d’oro della serialità televisiva c’è il cinema. E che cinema…

 

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