CAPITALISM: A LOVE STORY  di MICHAEL MOORE
 Ci vogliono forza, speranza e carità per sconfiggere cupidigia, orgoglio e lussuria. Ci vuole un regista morale e etico per saper raccontare la contemporaneità e saper illuminare la via di uscita. Molto cinema ha il pregio di appassionarci a storie universali di amore e odio, ma solo alcuni grandi autori sanno realizzare opere sociali che scuotano la coscienza dei contemporanei e restino come documento forte, ad eterna memoria, per i posteri; è questo il caso del regista Michael Moore. L’opera in concorso a Venezia Capitalism: A Love Story si apre con un vecchio documentario hollywoodiano sull’impero romano; il divertente montaggio incrociato mostra l’evidente parallelo tra Roma e Washington, la crescita e il declino imperiale, l’immoralità che pervade tutti gli strati della società, il peccato che dilaga. Sia il film sia la conferenza stampa col regista nello spazio Cinecittà Luce, hanno scosso i festivalieri portandoli coi piedi sulla terra bombardata dalla finanza onnipotente. C’è oggi la giusta, seppur minima, distanza per poter vedere bene quei fatti e capire cosa è appena accaduto, per spiegare con ironia i meccanismi di profitto che hanno portato al crack finanziario più grande della storia mondiale, per indicare una via di ricostruzione sociale. Il film ha un respiro biblico che mostra il Male e il Bene in azione con la forza e l’intensità del documentario. Il regista è il profeta che grida nel deserto lasciato dall’avida Wall Street, che ci aiuta ad uscire dall’inferno, per rivedere le stelle (e le strisce). (s.a.)
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